Il Circolo Pitiriasi rosea di Gibert
A grande richiesta ecco uno spazio dove trovare, scrivere e condividere notizie sulla malattia che "finora aveva colpito solo Gibert e invece ora ha preso anche me, percio' d'ora in poi si chiamera' Pitiriasi Rosea di Gibert-Elio" [Elio e le storie Tese]
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L’affezione è una dermopatia eruttiva acuta
che si manifesta con la comparsa di una prima
lesione, seguita a distanza di qualche giorno da altre più piccole. Ancora sconosciuta l’eziologia, ma si tratta comunque di un disturbo innocuo.
La pitiriasi rosea è «una dermatite eruttiva acuta che colpisce soprattutto in giovane età», esordisce il professore Ruggero Caputo, direttore della Scuola di specializzazione
in dermatologia dell’Università di Milano.
Secondo i dati della letteratura il picco di prevalenza della malattia si colloca tra i 20 e i 29 anni, ma non sono rari i casi in età pediatrica.
Vengono inoltre colpiti in uguale misura i due sessi. La pitiriasi roseea è la malattia dermatologica più “simpatica”. Così la definisce, scherzosamente il professore.
Si tratta di un’affezione piuttosto comune che non richiede interventi particolari da parte del medico, ma che, almeno inizialmente, in ambito diagnostico, può creare qualche piccolo problema non solo al medico di medicina generale, ma anche allo specialista in quanto, all’esordio, può essere facilmente mal interpretata.
Fortunatamente, con il suo progredire, il riconoscimento della malattia diventa più agevole.
Da una parte, quindi, con il passare del tempo il medico può validare o meno la propria ipotesi diagnostica e quindi rassicurarsi, in quanto si tratta di un’affezione più che altro
fastidiosa. Dall’altra, invece, il paziente, con l’estendersi della malattia può spaventarsi.
Effettivamente quando le lesioni sono molto diffuse, oltre a creare un certo disagio,
possono indurre a supporre che si tratti di una patologia importante o, soprattutto, facilmente trasmissibile.
Niente di tutto ciò. La pitiriasi rosea non solo non determina sequele e non è contagiosa, ma passa come è venuta, senza che si debba ricorrere a trattamenti particolari.
«Questo è un aspetto che il medico deve
far ben presente al paziente. Non sono necessarie terapie aggressive né, tanto meno, essere affetti dalla patologia implica un precario stato di salute. Non si tratta di una manifestazione riconducibile a germi opportunisti.
Il paziente, quindi, va rassicurato
sul decorso clinico della malattia e sulla guarigione, che si raggiunge spontaneamente», sottolinea Caputo. E’ solo una questione di pazienza, anche perché questa forma cutanea ha una durata, generalmente, abbastanza limitata. Si
tratta, tutto sommato, di alcune settimane.
Raramente si va oltre i due/tre mesi. In alcuni pazienti, però, questo può essere un periodo di vera e propria “passione” se si tratta di forme in cui il prurito è molto insistente. E si stima che questo avvenga in circa il 25 per cento dei soggetti colpiti dalla malattia.
L’eziologia della pitiriasi rosea è ancora ignota. Si suppone un’origine infettiva, anche se non è stato identificato il patogeno coinvolto. Tra i candidati un virus. «E’ stato chiamato in causa l’herpes 7, tuttavia non ci sono prove stringenti che ne dimostrino inequivocabilmente la correlazione con la malattia», spiega Caputo. Che effettivamente possa esserci un agente infettivo alla base della patologia lo dimostrerebbe anche il fatto che spesso questa assume i connotati di una piccola epidemia.
«Quando viene alla mia attenzione un caso di pitiriasi, quasi sempre, nell’arco di breve tempo, si ha una successione di pazienti con lo stesso tipo di manifestazione. Sembra che ci siano degli exploit della malattia che fanno pensare a una probabile fonte di infezione», sottolinea il professore. Anche se la patologia,
di per sé, è a bassa trasmissibilità.
Un fatto che deve essere rimarcato al paziente, in modo che si possano rassicurare i membri della sua famiglia o della collettività dove opera. Non ci si deve allarmare oltre
misura, quindi. Inoltre, sembra non essere in alcun modo correlata allo stato immunologico del paziente.
Niente malattia da stress o da immunosoppressione, anche temporanea,
per esempio derivante da forme infettive o da cause iatrogene. Si può dire, quindi, che la malattia prediliga le persone giovani e sane.
L’esordio della pitiriasi rosea è piuttosto tipico e la patologia presenta una certa stagionalità, con un picco nei periodi di mezzo dell’anno, autunno e primavera.
Inizialmente
compaiono, in circa la metà dei pazienti, sintomi piuttosto aspecifici che, a un primo esame, possono essere ascrivibili a un’infezione delle alte vie respiratorie. Successivamente si ha la manifestazione della
prima, caratteristica, lesione cutanea. «La cosiddetta chiazza madre. La lesione, che non solo compare per prima, ma che normalmente supera le altre in quanto a dimensioni.
Le chiazze figlie si manifestano a distanza di 7-15 giorni dalla comparsa di questa e possono essere in numero variabile, interessando, nei casi più marcati, aree molto estese della cute con centinaia di lesioni», spiega Caputo. Le caratteristiche della chiazza madre sono abbastanza inconfondibili: si tratta di una lesione rotondeggiante od ovale, di 2-10 cm di diametro, che compare solitamente a livello del tronco.
«Presenta un bordo desquamato verso l’interno e il centro della lesione assume una conformazione a carta di sigaretta», prosegue il professore. Proprio queste caratteristiche fanno sì che spesso, a questo
stadio, si confonda la chiazza madre della pitiriasi con una manifestazione di natura eczematosa e come tale, quindi, venga trattata. I dati della letteratura chiariscono il quadro della lesione a livello microscopico, dopo un esame bioptico eseguito sulla
cute interessata dalla stessa.
L’osservazione del preparato consente
di stabilire alcuni punti chiave: dopo dissoluzione del campione in idrossido di potassio non è possibile apprezzare la presenza di miceti, dal momento che la patologia non è di origine fungina, mentre l’esame citologico, oltre a rilevare nel campione elementi infiammatori, evidenzia,
in circa la metà dei soggetti, la presenza di cellule epidermiche caratterizzate da discheratosi.
Nella pratica clinica, come dicono gli esperti, comunque, non c’è alcuna necessità di eseguire esami bioptici. In caso di dubbio, infatti, la comparsa delle chiazze figlie, che avviene nell’arco di una o due settimane al massimo dall’esordio, indirizza correttamente la diagnosi.
A quel punto una mal interpretazione delle lesioni risulta più difficile. «Peraltro queste lesioni si presentano con le stesse caratteristiche, in termini morfologici, della chiazza madre. Le differenzia solo la dimensione, decisamente inferiore», continua Caputo.
A essere coinvolti dalle lesioni sono solitamente il tronco e gli arti superiori. Più raramente gli arti inferiori e solitamente non sono colpite le estremità. La distribuzione segue un andamento tipico, secondo le linee
di Langer: sull’addome le chiazze si diffondono con una distribuzione orizzontale, nella parte superiore del tronco queste vanno dal centro alla periferia, presentandosi numerose sulla cute della spalla fino alla parte posteriore del tronco, in direzione delle scapole. Mentre nella parte inferiore della schiena si ha una disposizione ad albero di Natale.
Se la presenza della chiazza madre è una della caratteristiche della malattia, va, tuttavia, sottolineato come in alcuni casi questa non sia
riconoscibile. In queste forme, ovviamente,
esiste una maggiore difficoltà a riconoscere la malattia negli stadi iniziali.
Vediamo, con l’aiuto del professor Caputo, quali sono gli elementi che sono di supporto alla diagnosi.
«La morfologia delle chiazze in termini di
dimensione, caratteristiche, distribuzione e colore (rosa salmone) e anche la durata della malattia, non superiore alle 6-8 settimane. Occasionalmente si possono raggiungere le
12 settimane». La patologia, in questo arco di tempo, può avere dei momenti di esacerbazione e di attenuazione, tuttavia una volta compiuto il suo corso non dà generalmente mai luogo a recidive. Un elemento, questo, che supporta l’eziologia
infettiva. «Si pensa, infatti, che dopo un primo episodio venga a indursi una forma di immunità specifica che non consente alla malattia di ripresentarsi in un secondo momento», precisa Caputo. Quando si esce
significativamente dal quadro clinico della malattia, tenendo presente che effettivamente esistono anche delle rare forme atipiche, è il caso di fare delle ipotesi diagnostiche differenti.
Va, inoltre, considerato che non si ha mai il coinvolgimento del volto e delle estremità, soprattutto inferiori, né, tanto meno vengono
colpite le mucose orali o genitali.
Quali sono le forme che possono confondersi con la pitiriasi?
«Innanzitutto l’eruzione tossiallergica. E’ la diagnosi con la quale giungono alla nostra attenzione molti casi di pitiriasi», ci spiega il professore che
puntualizza come questa forma, che non presenta in realtà l’iter caratteristico della pitiriasi, sia anche una manifestazione decisamente più pruriginosa. Altra patologia chiamata in causa è la tinea corporis. Una
micosi che, però, non si esprime in maniera eruttiva e tanto meno acuta.
«Per raggiungere il numero di lesioni caratteristiche della pitiriasi rosea, in caso di tigna, sono necessari alcuni mesi e non poche settimane», puntualizza il professore. Se, invece, si sospetta una dermatite seborroica va tenuto presente che questa si localizza soprattutto nell’area mediotoracica e le lesioni presentano bordi più sfumati. Un dubbio fondato può essere, invece, quello riguardante la sifilide secondaria.
Da prendere in considerazione, però, solo nelle forme atipiche. «Se c’è il coinvolgimento di mani o piedi, in pazienti sessualmente attivi, si può indagare in questa direzione», spiega Caputo. «Allora è il caso di verificare
l’eventuale presenza di linfoadenopatia e richiedere gli esami sierologici per la sifilide che, ricordiamo, è una patologia tutt’altro che
desueta».
Infine, come già accennato precedentemente
non sono necessarie terapie per la pitiriasi rosea in quanto la malattia guarisce spontaneamente.
Esistono, però, alcuni accorgimenti che possono alleviarne i sintomi, soprattutto il prurito.
«Un’attenzione particolare va riservata al tipo di detergenti utilizzati per l’igiene personale. Nei soggetti con la malattia questi non devono essere assolutamente aggressivi, ma blandi, per evitare di aumentare la secchezza della cute e la desquamazione», suggerisce Caputo. Quindi
niente bagni schiuma, ma anche niente lana a diretto contatto con la pelle. Nella stessa direzione vanno i trattamenti emollienti che sono un valido aiuto per ammorbidire le
squame cutanee presenti nelle lesioni.
«L’uso di creme idratanti è l’unico vero trattamento d’elezione», prosegue il professore. Talvolta è possibile l’impiego topico di cortisonici, per ridurre la componente eritematosa e schiarire le lesioni.
Mai, però, bisogna prendere in considerazione
un trattamento cortisonico sistemico (può peggiorare la malattia).
Una raccomandazione viene dal
professore: non esporre le parti colpite dalle lesioni alle radiazioni solari, per quanto possibile, anche se questo può determinare un miglioramento del quadro clinico. Il rischio
è infatti quello di indurre successivamente delle discromie. Fortunatamente, per questa patologia che
nelle forme più acute è piuttosto evidente, non rimangono esiti cicatriziali.
L’eziologia della pitiriasi rosea rimane sconosciuta, ma molti elementi fanno supporre una causa infettiva alla sua base.
Prima di tutto il fatto che è facile riscontrare
in successione più pazienti colpiti nell’arco
di breve tempo, assumendo le caratteristiche di un piccolo focolaio epidemico.
In secondo luogo la pitiriasi non dà generalmente luogo a recidive, facendo
supporre l’acquisizione di una forma di immunità specifica nei suoi confronti.
In terzo luogo la metà dei pazienti lamenta,
in precedenza, sintomi riconducibili
a un’infezione delle alte vie aeree. Infine,
molti pazienti presentano un aumento dei linfociti B, una riduzione di quelli T e una Ves elevata. Ma nonostante tutti questi indizi,
non è mai stato identificato il patogeno coinvolto. E’ stato chiamato in causa l’herpes virus 7 senza, tuttavia, ottenere prove inequivocabili di un suo coinvolgimento.
Altri virus sono stati esaminati, ma senza
successo. Si è anche supposto un coinvolgimento della Chlamydia pneumoniae,
della Legionella pneumophila, del Mycoplasma
pneumoniae, ma i risultati di piccoli studi caso-controllo non hanno mostrato aumenti significativi degli anticorpi diretti contro
questi batteri nei pazienti con pitiriasi rosea rispetto ai controlli.
Esistono delle varianti, per altro rare, per
quanto riguarda l’aspetto dell’eruzione che
può essere paucilesionale (con aspetto pustoloso, orticarioso, vescicolare, purpureo,
papulo-follicolare, bolloso) oppure gigante. In
questo secondo caso le lesioni sono di grandi
dimensioni, poco numerose e colpiscono in
genere un’area delimitata (a volte sono confluenti).
Altre varianti sono costituite dall’assenza
della chiazza madre o dalla localizzazione
atipica come per esempio dorso dei piedi, palme delle mani, volto, cuoio capelluto.
Per quanto riguarda l’eruzione secondaria,
questa può avere anche una disposizione inversa, con predominanza periferica delle lesioni tendendo a risparmiare il tronco. Infine, talvolta la chiazza madre può essere l’unica manifestazione della pitiriasi rosea e, in casi estremi, l’eruzione secondaria può comparire dopo qualche ora rispetto alla chiazza madre o avere una latenza di mesi.
Ricordiamo anche che alcuni farmaci possono dare eruzioni cutanee affini alla pitiriasi, in genere più prolungate, estese e pruriginose.
La tigna è un’infezione cutanea determinata da miceti dermatofiti, frequente soprattutto nei bambini, ma che può comparire nelle persone di ogni età.
Un tempo la sua diffusione era decisamente più elevata, dal momento che la suscettibilità a questo tipo di microrganismi è favorita in primis dalla scarsa
igiene, ma anche da una persistente umidità della cute, da sue abrasioni o da danni alle unghie. Attualmente nei Paesi più progrediti vengono colpiti soprattutto gli strati più poveri della popolazione e, come diverse altre malattie, sta subendo una recrudescenza a seguito dei recenti flussi migratori dai Paesi in
via di sviluppo.
La tigna è un’infezione contagiosa, trasmissibile per contatto
diretto o per via indiretta, attraverso la manipolazione di indumenti, scarpe e altri effetti personali provenienti da un soggetto infetto. Anche gli animali possono trasmettere questo tipo di infezione. Sono soprattutto gli animali domestici, in particolare cani e gatti, che se presentano questo tipo di micosi possono diventare un focolaio d’infezione
per l’uomo.
I sintomi sono costituiti da prurito e dalla comparsa di lesioni cutanee a livello degli arti superiori e inferiori, del viso e del tronco, che si manifestano soprattutto sulle zone esposte
della cute. Le chiazze, di dimensioni variabili (da alcuni millimetri a molti centimetri), presentano una forma rotondeggiante od ovalare e sono eritematose, mentre il centro della lesione appare più chiaro e può essere desquamante. Sempre al centro possono esserci piccoli follicoli ricchi di spore e muffe. I bordi, leggermente rilevati, sono netti. La crescita delle chiazze può essere rapida. La diagnosi si avvale soprattutto dell’esame obiettivo che può essere supportato dall’osservazione microscopica di frammenti di cute dissolti in idrossido di potassio, una tecnica che consente l’immediata osservazione del dermatofita, il cui isolamento colturale può venire eseguito su prelievi di cute. Il trattamento è a base di antimicotici topici e, nei casi più severi, necessita del ricorso alla terapia sistemica. Gli antibiotici vanno riservati alla terapia delle sovrainfezioni batteriche delle lesioni fungine.
E’ il secondo gradino dell’infezione da treponema pallidum, agente patogeno della
sifilide, che si raggiunge quando avviene la disseminazione sistemica del microrganismo, in parallelo al picco di replicazione e alla massima carica batterica nell’ospite. Motivo per il quale è anche lo stadio in cui la malattia raggiunge la massima infettività. A questo stadio progredisce un buon numero di pazienti affetto dall’infezione, circa uno su tre.
Vale la pena di ricordare che la malattia, una MST, è tutt’altro che sparita nei paesi più sviluppati, sebbene il numero dei soggetti che vanno incontro all’infezione sia drasticamente diminuito rispetto ad alcuni decenni fa. Il sintomo più comune è il rash cutaneo che può assumere diverse connotazioni, ma generalmente coinvolge il palmo delle mani e la pianta dei piedi, oltre a colpire la mucosa orale e quella genitale, nell’uomo come nella
donna. Possono comparire anche escrescenze essudative, sui genitali e sulla cute.
Alle manifestazioni cutanee si accompagnano sintomi sistemici come febbre, malessere, astenia, ingrossamento dei linfonodi. Lo
stadio di sifilide secondaria può risolversi in alcune settimane, talvolta, però, ha una durata decisamente maggiore, potendo raggiungere anche l’anno, con i rischi di diffusione della malattia che questo può comportare per la comunità.
"La pitiriasi rosea è ormai definitivamente conosciuta come una malattia virale. Il virus sembrerebbe avere una scarsa contagiosità (è molto difficile vedere due persone che vivono assieme affette contemporaneamente ed io stesso ne avro viste forse centinaia, ma non sono mai stato contagiato). Lo stress può agire come fattore predisponente al contagio ( ma nella stessa misura può farlo per altre malattie virali) ma non è la causa della malattia." Dott. Giuseppe Cianchini Medico Ospedaliero ROMA (RM)
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