Il Circolo Pitiriasi rosea di Gibert
A grande richiesta ecco uno spazio dove trovare, scrivere e condividere notizie sulla malattia che "finora aveva colpito solo Gibert e invece ora ha preso anche me, percio' d'ora in poi si chiamera' Pitiriasi Rosea di Gibert-Elio" [Elio e le storie Tese]
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L’esordio della pitiriasi rosea è piuttosto tipico e la patologia presenta una certa stagionalità, con un picco nei periodi di mezzo dell’anno, autunno e primavera.
Inizialmente
compaiono, in circa la metà dei pazienti, sintomi piuttosto aspecifici che, a un primo esame, possono essere ascrivibili a un’infezione delle alte vie respiratorie. Successivamente si ha la manifestazione della
prima, caratteristica, lesione cutanea. «La cosiddetta chiazza madre. La lesione, che non solo compare per prima, ma che normalmente supera le altre in quanto a dimensioni.
Le chiazze figlie si manifestano a distanza di 7-15 giorni dalla comparsa di questa e possono essere in numero variabile, interessando, nei casi più marcati, aree molto estese della cute con centinaia di lesioni», spiega Caputo. Le caratteristiche della chiazza madre sono abbastanza inconfondibili: si tratta di una lesione rotondeggiante od ovale, di 2-10 cm di diametro, che compare solitamente a livello del tronco.
«Presenta un bordo desquamato verso l’interno e il centro della lesione assume una conformazione a carta di sigaretta», prosegue il professore. Proprio queste caratteristiche fanno sì che spesso, a questo
stadio, si confonda la chiazza madre della pitiriasi con una manifestazione di natura eczematosa e come tale, quindi, venga trattata. I dati della letteratura chiariscono il quadro della lesione a livello microscopico, dopo un esame bioptico eseguito sulla
cute interessata dalla stessa.
L’osservazione del preparato consente
di stabilire alcuni punti chiave: dopo dissoluzione del campione in idrossido di potassio non è possibile apprezzare la presenza di miceti, dal momento che la patologia non è di origine fungina, mentre l’esame citologico, oltre a rilevare nel campione elementi infiammatori, evidenzia,
in circa la metà dei soggetti, la presenza di cellule epidermiche caratterizzate da discheratosi.
Nella pratica clinica, come dicono gli esperti, comunque, non c’è alcuna necessità di eseguire esami bioptici. In caso di dubbio, infatti, la comparsa delle chiazze figlie, che avviene nell’arco di una o due settimane al massimo dall’esordio, indirizza correttamente la diagnosi.
A quel punto una mal interpretazione delle lesioni risulta più difficile. «Peraltro queste lesioni si presentano con le stesse caratteristiche, in termini morfologici, della chiazza madre. Le differenzia solo la dimensione, decisamente inferiore», continua Caputo.
A essere coinvolti dalle lesioni sono solitamente il tronco e gli arti superiori. Più raramente gli arti inferiori e solitamente non sono colpite le estremità. La distribuzione segue un andamento tipico, secondo le linee
di Langer: sull’addome le chiazze si diffondono con una distribuzione orizzontale, nella parte superiore del tronco queste vanno dal centro alla periferia, presentandosi numerose sulla cute della spalla fino alla parte posteriore del tronco, in direzione delle scapole. Mentre nella parte inferiore della schiena si ha una disposizione ad albero di Natale.
Se la presenza della chiazza madre è una della caratteristiche della malattia, va, tuttavia, sottolineato come in alcuni casi questa non sia
riconoscibile. In queste forme, ovviamente,
esiste una maggiore difficoltà a riconoscere la malattia negli stadi iniziali.
Vediamo, con l’aiuto del professor Caputo, quali sono gli elementi che sono di supporto alla diagnosi.
«La morfologia delle chiazze in termini di
dimensione, caratteristiche, distribuzione e colore (rosa salmone) e anche la durata della malattia, non superiore alle 6-8 settimane. Occasionalmente si possono raggiungere le
12 settimane». La patologia, in questo arco di tempo, può avere dei momenti di esacerbazione e di attenuazione, tuttavia una volta compiuto il suo corso non dà generalmente mai luogo a recidive. Un elemento, questo, che supporta l’eziologia
infettiva. «Si pensa, infatti, che dopo un primo episodio venga a indursi una forma di immunità specifica che non consente alla malattia di ripresentarsi in un secondo momento», precisa Caputo. Quando si esce
significativamente dal quadro clinico della malattia, tenendo presente che effettivamente esistono anche delle rare forme atipiche, è il caso di fare delle ipotesi diagnostiche differenti.
Va, inoltre, considerato che non si ha mai il coinvolgimento del volto e delle estremità, soprattutto inferiori, né, tanto meno vengono
colpite le mucose orali o genitali.

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